La Signora Rosa L. ha 72 anni ma convive da più di quaranta anni con seri disturbi uditivi. Trentacinque anni fa è stata operata di otosclerosi ma dopo la nascita della figlia il suo udito è nuovamente peggiorato e ha dovuto ricorre all’utilizzo degli apparecchi acustici. Per alcuni anni tutto è andato bene, finchè non sono sopraggiunti alcuni episodi dolorosi che hanno contribuito a determinare un ulteriore aggravamento della sua condizione uditiva. La morte della madre, una donna attiva e molto presente nella sua vita, ma soprattutto quella improvvisa del marito, avvenuta qualche mese dopo quella della madre, avevano portato la signora Rosa sull’orlo di un esaurimento nervoso che poi ha avuto riflessi negativi sul suo stato di salute. Il sistema uditivo, già debole, già compromesso dalla malattia, ha subito le inevitabili conseguenze.

Dopo quel periodo difficile e tormentato della sua vita, la signora Rosa era profondamente cambiata. Nell’umore, sempre più irascibile, nel rapporto con l’unica figlia, con le amiche di sempre con le quali passava buona parte dei pomeriggi, addirittura con i nipotini ai quali si era dedicata in modo totale e assoluto e che riempivano una buona parte della sua vita. Ma c’era qualcosa che non andava, il suo udito continuava a peggiorare e lei temeva di arrivare al punto di non sentire più niente. In effetti, diversi medici specialisti le avevano confermato che il suo udito avrebbe avuto un graduale e progressivo peggioramento, ma anche rassicurata che con l’ausilio degli apparecchi acustici poteva andare avanti un bel po’ di tempo. Certo la sua situazione era difficile e un giorno, forse, avrebbe dovuto fare ricorso all’impianto cocleare, quantomeno dall’orecchio peggiore. Con il passare degli anni la signora Rosa aveva sviluppato la certezza che un bel giorno il suo udito sarebbe arrivato all’ultimo stadio e che i rimanenti residui non sarebbero stati più sufficienti nemmeno per l’utilizzo degli apparecchi acustici. Lo stato mentale, questa convinzione di rimanere fuori da ogni possibile comunicazione con le altre persone, aveva portato la signora Rosa sull’orlo di una forma di depressione dalla quale non riusciva a venire fuori.

Utilizzando gli apparecchi acustici da molti anni la signora Rosa era diventata quasi un’esperta. Ultimamente si era resa conto che gli ultimi apparecchi che le erano stati applicati due anni prima, non le davano più delle prestazioni sufficienti. Tanto più che i fastidiosi acufeni, cioè i famosi ronzii nelle orecchie che si manifestano in svariate forme, come, per esempio, il rumore di una cascata di acqua o il cinguettio degli uccelli, insorti negli ultimi anni, costituivano un elemento di ulteriore disturbo uditivo. Il centro acustico che Rosa frequentava da anni non era stato in grado – secondo lei – di venire a capo della situazione. Fu così che Rosa si consultò con una sua amica – nostra paziente – la quale le consigliò di rivolgersi ad uno dei nostri centri acustici. Così Rosa si decise a fare il nuovo passo e ci telefonò per fissare un appuntamento.

Perché Armonia ? – esordii la prima volta che ci vedemmo – con fare veramente incuriosito. Perché – risposi un po’ sorpreso dalla domanda che nessuno in precedenza mi aveva mai fatto – il nostro obiettivo, come specialisti e professionisti dell’udito, è restituire ai pazienti il miglior confort acustico possibile. Dunque creare una armonia di suoni, renderli confortevoli, anche piacevoli in alcuni casi, non troppo forti o acuti, ma il più possibile chiari, puliti, piacevoli, non metallici come lamentano alcuni pazienti, armonici appunto. Avevo scandito bene le parole, pronunciandole abbastanza lentamente. E lei lo aveva notato. Infatti mi disse: “ Ha parlato così lentamente perché ha capito che non sento niente”. In effetti era vero ma non le potevo dire in modo così diretto che mi ero reso conto da subito che il suo stato uditivo era veramente compromesso e che non sarebbe stato facile migliorare quella situazione.
Dopo quasi trenta anni di professione so bene che il rapporto emotivo e psicologico con il paziente è determinante per la buona riuscita della applicazione acustica. Questo aspetto della nostra professione viene spesso considerato secondario da molti colleghi, ma è invece risolutivo, indispensabile nella determinazione del rapporto con il paziente. Certo in alcuni casi è faticoso, perché occorre scavare nelle storie e nella vita dei pazienti, aprire delle porte sull’ignoto, percorrere sentieri poco conosciuti, imbattersi in altre porte che non si riescono ad aprire, quelle che la mente umana si rifiuta di aprire.

Ma questa ricerca non è mai vana. Porta sempre da qualche parte. Essere un professionista dell’udito così come sono di fatto oggi i Dottori Audioprotesisti, significa molte cose, non solo essere padrone della tecnica. Occorre sensibilità, sincera partecipazione alle vicende dei pazienti, indagine psicologica, comprensione degli stati emotivi, visione complessiva del quadro clinico del paziente in modo da poterlo indirizzare eventualmente a medici specialisti di competenza o anche semplicemente al medico di famiglia. E poi conoscenza dei processi di invecchiamento della persona, dell’impoverimento eventuale delle capacità cognitive, di come e quanto queste dinamiche si intreccino con i disturbi uditivi del paziente.
La signora Rosa aspettava che le dicessi qualcosa. Ma non mi dette il tempo. Era un fiume in piena, aveva portato con sé tutta la documentazione della sua lunga storia di paziente debole di udito e voleva che prestassimo, io e la mia collega, attenzione a tutti i passaggi, le tappe, per così dire, della sua odissea. Attesi che finesse di parlare senza interromperla e dovetti attendere a lungo. Perché Rosa descriveva tutto nei minimi dettagli, fatti, sensazioni, sconforto, insofferenza, contrasti con la figlia adorata ma colpevole di non comprendere fino in fondo il suo stato, il malessere generale che non la abbandonava da anni. E poi il nuovo mostro, gli acufeni indomabili che, insieme al peggioramento dell’udito, l’avevano portata sull’orlo dell’abisso. Alla fine della lunga digressione mi chiese: “ cosa devo fare dottore?”.

A quel punto le dissi chiaramente che dovevamo azzerare tutto e iniziare un capitolo nuovo. La prima cosa da fare – aggiunsi – è una visita da un audiologo. Deve fare una acufenometria, cioè un esame che consiste nella misurazione della frequenza e dell’intensità dell’acufene. Fatto questo parlerò con lo specialista e imposteremo, anche con il suo contributo, un nuovo percorso. La signora fece la visita dall’audiologo il quale le consegnò una cartella clinica con le indicazioni della terapia da seguire. Pochi giorni dopo iniziammo il nuovo percorso protesico con delle nuove soluzioni acustiche molto potenti perché dovevamo lavorare su un campo dinamico molto ristretto per quanto riguarda l’orecchio destro e sui residui uditivi dell’orecchio sinistro. Le nuove soluzioni acustiche applicate alla paziente dispongono di generatori di suono che attenuano fino a mascherare completamente l’acufene anche grazie all’individuazione del tono più simile all’acufene rintracciato attraverso l’acufenometria.

In effetti lo svolgimento successivo del percorso protesico è stato molto positivo. La forma di depressione che aveva quasi travolto la paziente piano piano si è ridimensionato. La signora Rosa – pur con tutti i limiti del caso – ha ripreso a incontrare le sue amiche e le piccole abitudini di una volta, messa del sabato pomeriggio compresa.